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Sono molte le definizioni della rete, alcune delle quali fondamentalmente inesatte. Sono molti, anche, quelli che confondono Internet con il Web. Cerchiamo di fare chiarezza e di capire quale sia la portata della Rete e quali le sue opportunità.

Il 23 agosto scorso Facebook ricordava a tutti il 25° compleanno del Web, l’invenzione di Sir Tim Berner-Lee che ha cambiato il mondo e che ha connesso, negli anni, miliardi di persone. Peccato, però, che la data indicata da Facebook non fosse quella corretta, come precisato dallo stesso Berners-Lee, che data invece la nascita del World Wide Web al 1989, quando egli stesso propose il suo progetto al CERN di Ginevra, presso cui all’epoca lavorava.

Non il 23 agosto, tuttavia, bensì il 6 agosto del 1991, dopo due anni di sperimentazione interna presso il CERN stesso, il WWW fu aperto al mondo intero, per iniziare un percorso che in tempi brevi lo ha portato ad essere una realtà pervasiva, che pressoché tutti utilizzano e che, in poco altro tempo ancora, trasformerà il pianeta in modo irreversibile.

In poco più di 25 anni il web ha reso navigabile e fruibile Internet, che non è un sinonimo del WWW, come molti erroneamente ritengono. Si tratta di una distinzione importante, non di una sottigliezza. No, Internet e il web non sono la stessa cosa. Partiamo da qui.

La rete internet è l'infrastruttura tecnologica sulla quale viaggiano i dati. In essa troviamo tutto quello che occorre per portare a compimento questo viaggio, dalle strade, i canali della rete, alle stazioni di servizio e di stazionamento, i server che immagazzinano le informazioni e i software, fino alle regole per la circolazione, rappresentate dai protocolli della rete. Il World Wide Web, invece, è il servizio inventato da Sir Berners-Lee alla fine degli anni ‘80, che consente la visualizzazione dei dati da parte degli utenti, in forma ipertestuale.

Ciò che vediamo nei nostri browser, ovvero attraverso applicazioni come Google Chrome, Mozilla Firefox, Internet Explorer, Safari e molti altri, è opera del World Wide Web, che ha reso Internet più semplice da fruire e che oggi è all’apice della sua maturità, nonostante la piccola provocazione del magazine americano Wired lo volesse già morto nel 2010, con il famoso articolo “The Web is dead. Long live the Internet”, a firma di Chris Anderson e Michael Wolff.

Ma perché? La tesi era semplice e tutto sommato condivisibile: la cosa che facciamo più di frequente, da quando ci svegliamo a quando andiamo a dormire, sostenevano gli autori con notevole lungimiranza, non è navigare internet attraverso il web, ma utilizzare applicazioni per scaricare e leggere la posta, chattare o postare status sulle App dei social network o ascoltare musica su altre app ancora.

Verissimo, è questo che facciamo più di ogni altra cosa, già da anni, ma ciò non significa che la creatura di Berners-Lee sia morta. Ad ammetterlo, del resto, fu lo stesso Wired, nel 2014, con l’articolo “The Web is not dead”, che illustrava molto chiaramente come tutte queste app, che tutti utilizziamo ogni giorno, non sono le assassine del web, ma soltanto delle porte d’accesso ad esso.

Si tratta di tecnicismi, probabilmente. Qualcuno li definirebbe addirittura “seghe mentali”, ma comprendere a fondo e con chiarezza cosa sia la rete è di fondamentale importanza, per cogliere le sue opportunità e per stare il più possibile alla larga dai suoi rischi.

Su questo punto si sono espressi in modo chiaro gli autori del “Cluetrain Manifesto”, che alle soglie del 2000 avevano definito “pazzi” quegli imprenditori e quelle aziende che “non hanno capito di non aver capito internet”, limitandosi a far proprie le sue “istruzioni” ed esponendosi a numerosi livelli di rischio.

Due tra i quattro autori del manifesto originale, sono poi tornati nel 2015 ad arricchire le 95 tesi originali, (la più famosa delle quali ha cambiato profondamente il marketing, sentenziando che “i mercati sono conversazioni”), con 121 nuove tesi, in cui tra l’altro sostengono che:

Internet siamo tutti noi, connessi” (The Internet is us, connected).

Internet non è dunque un mezzo, come in molti erroneamente ritengono. Non è uno spazio, non è un luogo, bensì un insieme potenzialmente infinito di connessioni, capaci di cambiare il mondo e la vita degli uomini, grazie alla potenza delle interazioni, della condivisione e dello scambio di informazioni in tempo reale.

La vera forza di internet è la sua vocazione a rappresentare quel “cervello universale” che, in sinergia con le sempre più raffinate intelligenze artificiali e con le nuove tecnologie che la rete mobile sta rapidamente abilitando, trasformerà il pianeta in qualcosa di completamente diverso, nel breve volgere di pochi lustri. Un cervello che avrà doni e doti straordinari: ubiquità, onniscenza, poliglottismo, infinite capacità di calcolo e persino la capacità di comprendere le cose mentre esse accadono o addirittura in prospettiva, in chiave predittiva.

Ecco perché nessuno deve permettersi il lusso di sottovalutare o di ignorare la rete, perché essa non è più soltanto nel computer del nostro ufficio, nel tablet o nello smartphone, ma sempre più sarà nelle nostre auto, che presto si guideranno da sole, nella nostra casa, sempre più automatizzata e intelligente, nei nostri vestiti, nelle nostre città, sempre più smart e forse addirittura dentro la nostra mente, che un giorno potrebbe essere connessa in modo diretto e senza la necessità di dispositivi esterni. Quest’ultima cosa per ora è soltanto fantascienza, ovviamente.

La rete siamo noi, nessuno si senta escluso...

Realizzato a cura di Claudio Gagliardini