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Le città crescono, ma i negozi chiudono. Nei centri storici di molti centri urbani le vetrine si svuotano e le saracinesche restano abbassate; perché ci sono i centri commerciali, perché ci sono gli eCommerce, perché c’è la crisi. Ma è davvero così? Il mondo sta cambiando, possono i negozianti tenere il passo?

A Cremona, come in molte altre città di provincia, soprattutto le medio piccole, quella che ci ostiniamo a definire “crisi” sta mietendo vittime tra i negozi di prossimità, primi tra tutti quelli gestiti da singoli esercenti e non affiliati a nessuna catena e a nessun franchising.
Chiudono, sempre più spesso, perché non riescono a tenere il passo, perché il giro d’affari diminuisce e gli affitti restano gli stessi, oppure aumentano insieme alle spese generali, alle polizze per assicurazioni e servizi e a tutta quella galassia di costi vari che divora le aziende, mentre le grandi realtà organizzate e globalizzate proliferano, fagocitando il mercato e le economie locali.
Molti di questi negozianti, vinti dalla rabbia e dalla frustrazione, cercano e trovano facili alibi e giustificazioni. La colpa è sempre di qualcun altro: dei centri commerciali che portano la gente lontana dalle strade, degli eCommerce che li fanno comprare senza nemmeno muoversi da casa, dei troppi eventi e mercatini che “infestano” la città, insieme agli ambulanti e agli abusivi, della TV che distrae le persone e le focalizza su infiniti bisogni ed esigenze che loro non possono mai soddisfare. La luce in fondo al tunnel è lontanissima, ma il pantano rappresentato da quei brandelli di verità e di banalità è davvero una trappola di sabbie mobili, che tutto risucchia inevitabilmente, oppure è soltanto una fangosa alluvione da prosciugare?
La verità è che questa crisi e questi sintomi, tutti effettivamente riscontrabili e tutti parte di un problema reale, altro non sono che la manifestazione più superficiale di un cambiamento epocale, come non se ne sono mai registrati, in passato.
La rivoluzione informatica, prima, internet e il world wide web poi, e ancora la rete mobile che ha sganciato le persone dai cavi e dalle prese elettriche, lasciandole esplorare il mondo fisico e quello virtuale in piena libertà, stanno portando l’umanità verso un sistema completamente nuovo e pressoché inconciliabile con il modello cui siamo tutti abituati.
In meno di 10 anni, gli smartphone e tutte le altre tecnologie che la rete mobile ha abilitato e che renderà possibile in un futuro vicinissimo, in sinergia con altre che già esistono o che stanno per debuttare, hanno cambiato le abitudini delle persone, le loro aspettative e le loro esigenze.
Questo, tuttavia, non significa che i negozi non servono più. Chi sta gettando la spugna e arrendendosi all’evidenza, quella empirica e superficiale, non ha capito che è finita un’era e che bisogna invece alzare la testa e guardare avanti, verso nuovi modelli e paradigmi, piuttosto che tirare i remi in barca e cadere in depressione.
Non esiste un’epoca più entusiasmante di questa, infatti. Non ce ne sono state altre che abbiano offerto le stesse opportunità e, soprattutto, in nessun tempo passato è stato possibile avere strumenti come quelli offerti dalla rete e dalle sue tecnologie e applicazioni, che ci permettono di accedere a qualsiasi informazione e a quasi tutta la conoscenza, per cercare una strada nuova e rideclinare le nostre competenze e passioni in una nuova attività.
Perché è questo che bisogna fare. La sola strada per uscire dalla crisi e per tornare a lavorare in modo proficuo, generando utile invece che aumentare i debiti e le difficoltà, è quella di un cambiamento radicale, che sfrutti le opportunità offerte dalla rete, piuttosto che temerla, e che tagli i ponti con tutte le aziende e le attività che non possono entrare in sinergia e in simbiosi con la nostra, che al contrario parassitizzano o addirittura fagocitano.
Non c’è più spazio infatti in strada, ma neppure in rete, per attività commerciali che non abbiano requisiti di unicità, di alta specializzazione, di originalità e di una capacità dinamica di rispondere alle esigenze delle persone.
Non servono più anonimi negozi di abbigliamento, che non tengono il passo dei grandi brand per prezzo, qualità e attrattiva. Non servono più negozi di scarpe che non siano esclusivi e che non trattino marchi introvabili, oltre a un servizio che sappia davvero distinguerli da quello delle grandi catene o della rete, dove si può trovare qualsiasi brand. Non servono più negozi in cui le persone non siano al centro e non abbiano altra scelta che guardare tra gli scaffali e decidere cosa acquistare, perché questo non può essere sufficiente, ora che in rete e nei centri commerciali si può trovare tutto quello che serve e molto di più.
Quello che serve oggi, forse come sempre, ma più che mai, sono negozi in cui si possa fare delle vere esperienze, imparare qualcosa, condividere le proprie passioni, essere assistiti e consigliati da veri e propri esperti che non abbiano fretta di vendere, ma che sappiano curare i propri clienti aiutandoli a fare le scelte giuste, senza paura di confrontarsi con la rete e di accettare che le persone possano fare scelte diverse, magari sbagliate.
Chi non si confronta con la rete, affrontando i suoi marketplace a viso aperto e gestendo le sue dinamiche, incoraggiando i propri clienti a scegliere in modo consapevole, piuttosto che sbatterli fuori se solo si azzardano a fare raffronti o considerazioni sui prezzi, tipologie di prodotti e condizioni, è destinato a chiudere la saracinesca in tempi brevi.
La rete fa paura perché non la si conosce e perché è facile puntare il dito contro l’eCommerce cattivo che porta via i clienti, se non riusciamo a capire perché. Non si tratta di un discorso meramente economico, ma di un trend che i negozianti possono addirittura sfruttare a loro vantaggio, se si sforzano di comprenderne le dinamiche e di farsi forti delle innumerevoli “falle” del sistema, dai tempi di consegna alla mancanza di servizio, dalla ridondanza dell’offerta, che spesso finisce per intimorire i clienti, alla “giungla” delle recensioni, che li confondono e li lasciano spesso con risposte troppo controverse.

Il digitale è un’opportunità, anche se fa paura, ma soprattutto è un’asticella che ha innalzato le aspettative delle persone e la necessità delle aziende di aumentare le proprie competenze, di migliorare il servizio e di sforzarsi di rappresentare dei veri punti di riferimento sul territorio, piuttosto che dei meri punti di vendita.

Realizzato a cura di Claudio Gagliardini